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Quando pensiamo alla corsa globale all'intelligenza artificiale, pensiamo alla complessità tecnica: GPU, semiconduttori, modelli sempre più potenti, una competizione internazionale per assicurarsi capacità di calcolo… È una rappresentazione corretta, ma non è tutto. Dietro ogni modello ci sono la regolamentazione e l'infrastruttura fisica fatta di server, reti, terreni, trasformatori e sistemi di raffreddamento, di elettricità e, in molti casi, anche di acqua.

Nel numero precedente abbiamo parlato di costi che si misurano in euro; questo articolo invece è dedicato a quelli che si misurano in megawatt e in metri cubi: come alimentare la crescita dell'AI senza complicazioni?

L'energia

Migliaia di GPU (unità nate per la grafica dei videogiochi, capaci di eseguire moltissimi calcoli contemporaneamente, per questo diventate il motore dell'intelligenza artificiale) concentrate in un singolo data center generano una domanda elettrica enorme e le fonti rinnovabili possono coprirne una parte significativa. Ma non basta installare pannelli sul tetto, perché un data center lavora ventiquattro ore su ventiquattro; il sole e il vento no.

Il valore strategico non sta nel possedere energia pulita, ma nel poterla fornire nel momento esatto in cui serve. È proprio su questo punto, come vedremo, che un governo europeo ha appena deciso di intervenire.

L'acqua

Tutta l'elettricità usata per eseguire calcoli si trasforma in calore e quel calore va rimosso. Più aumenta la densità dei server, più il raffreddamento diventa un problema ingegneristico centrale. Alcune tecnologie utilizzano raffreddamento ad aria, altre utilizzano il freddo delle temperature esterne, quando il clima lo permette, altre ancora utilizzano direttamente l’acqua.

Non esiste quindi un valore unico per dire quanta acqua consumi un data center: dipende dalla tecnologia, dal clima, dal luogo e da come viene prodotta l'elettricità.
A questo si aggiunge un'impronta indiretta, legata alla generazione elettrica e alla fabbricazione dei semiconduttori. Una review pubblicata nel 2026 su Water Research stima che l'impronta idrica globale dell'AI possa raggiungere 4,2-6,6 miliardi di metri cubi l'anno entro il 2027, pur con ampie incertezze metodologiche.

La Spagna è il Paese europeo in cui questi due problemi si sovrappongono con più evidenza, perché deve gestire insieme transizione energetica e stress idrico. Una delle sue risposte è la desalinizzazione per osmosi inversa: l'acqua marina viene spinta ad alta pressione attraverso membrane che trattengono gran parte dei sali. È un processo che richiede molta elettricità, e per questo il governo spagnolo e la società pubblica Acuamed hanno collegato i nuovi impianti a produzione fotovoltaica.

Nel 2023 fu annunciato un programma da circa 600 milioni di euro per infrastrutture di desalinizzazione nell'ambito delle misure contro la siccità, un programma idrico ampio, in cui il fotovoltaico è una componente, non il tutto.

Qui le due storie si incontrano; le rinnovabili possono fare due cose: alimentare direttamente i data center e alimentare gli impianti che producono l'acqua con cui alcuni di essi si raffreddano.

Questo non vuol dire che ogni data center debba avere accanto un campo di pannelli solari e un impianto di desalinizzazione. Desalinizzare costa molto, si può fare solo vicino al mare e lascia come scarto un'acqua molto salata che va smaltita con attenzione. In molti casi esistono soluzioni più semplici: sistemi di raffreddamento che usano meno acqua, acqua riciclata, oppure costruire i data center in zone più fresche e con più risorse idriche.

Il punto è un altro… energia, acqua e capacità di calcolo non sono più tre questioni separate: sono diventate parti dello stesso problema.

Il data center, in altre parole, non è più un edificio che ospita computer. È l'ultimo anello di una catena:

CHIP → DATA CENTER → RETE → ENERGIA → RAFFREDDAMENTO → ACQUA → INFRASTRUTTURE → CALCOLO

Il modello spagnolo

Ed è proprio su questa catena che la Spagna ha appena provato a mettere delle regole.

Il governo spagnolo aveva previsto che, entro il 2030, i data center avrebbero avuto bisogno di circa 3,5-4 GW di elettricità. Ma dal 2021 ne ha già concessi oltre 12 GW in permessi di connessione alla rete: più del triplo di quanto previsto. L'Aragona, in Spagna, è diventata uno dei principali poli europei del settore e solo Amazon ha annunciato investimenti per 33,7 miliardi di euro in tutta la nazione.

La Spagna attira questi investimenti perché ha molta energia pulita: nei primi quattro mesi del 2026, per la prima volta, le rinnovabili hanno prodotto il 61,8% di tutta l'elettricità nazionale.

A fine agosto il governo ha presentato una proposta di decreto. (Attenzione, perché molti giornali l'hanno raccontata come già approvata: non lo è). Il testo è stato messo in consultazione pubblica per soli nove giorni, dal 27 agosto al 4 settembre, e ora il governo sta preparando la versione definitiva.

La proposta riguarda i data center più grandi, quelli che richiedono almeno 1 MW di potenza, e contiene tre regole principali:

La prima è la più innovativa: oggi un'azienda può dichiararsi "alimentata da energia verde" se in un anno acquista tanta energia rinnovabile quanta ne consuma, anche se la consuma di notte e quella energia è stata prodotta di giorno. Con il decreto spagnolo questo non basterebbe più: in ogni singola ora, almeno l'80% dell'elettricità usata dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili in quella stessa ora. È la risposta normativa al problema della continuità di cui parlavamo all'inizio.

La seconda riguarda la nuova energia: per ogni megawatt che un nuovo data center consuma, dovrà essere costruito un megawatt di nuovo impianto solare o eolico, entrato in funzione nei diciotto mesi precedenti. In altre parole: non si può semplicemente usare l'energia pulita che già esiste, bisogna aggiungerne di nuova.

La terza riguarda i dati: i data center dovranno essere gestiti da aziende con sede nell'Unione Europea e conservare in Europa parte delle proprie informazioni, con regole ancora più severe per chi lavora con i dati della pubblica amministrazione.

Chi non rispetta le regole pagherebbe di più per l'accesso alla rete elettrica, con aumenti che nei casi più gravi arrivano fino a cinque volte la tariffa normale.

Le imprese del settore hanno già reagito. L'associazione spagnola dei produttori fotovoltaici si è detta favorevole, ma ha chiesto di poter contare anche sulle batterie. Il suo argomento: già oggi, nelle ore di maggiore produzione, una parte dell'energia rinnovabile va persa perché la rete non riesce ad assorbirla, quindi ha poco senso obbligare a costruire sempre nuovi impianti invece di immagazzinare quella che c'è già. È un'osservazione tecnica, presentata nei tempi e nella sede giusti, ed è probabile che influenzi il testo finale.

I territori, la regolamentazione e il futuro

Per anni la corsa all'intelligenza artificiale è stata raccontata come una corsa ai semiconduttori. Ma possedere una GPU non significa poterla accendere: servono un luogo, una connessione elettrica adeguata, energia disponibile nelle ore giuste, raffreddamento, acqua e autorizzazioni. La prossima fase della competizione potrebbe quindi non giocarsi soltanto tra aziende tecnologiche, ma tra territori… e ad attirare gli investimenti saranno quelli che sono capaci di offrire tutto questo insieme, con regole chiare.

La Spagna ha appena scritto la prima bozza di quelle regole, e l'ha sottoposta a una consultazione di nove giorni. Chi presidiava il processo ha potuto intervenire; chi l'ha scoperto dai giornali può soltanto commentarlo. Resta da capire cosa succederà in Italia e chi sarà pronto a sedersi al tavolo nel momento in cui si dovrà decidere.
In futuro non basterà dire di usare energia verde, bisognerà dimostrare di averla quando servirà…
L'AI è digitale, ma la sua prossima grande battaglia sembra essere profondamente fisica.

Nel prossimo numero (#12):
Quali regole troverebbe un data center in Italia? Il prossimo numero racconta la strada italiana.

Al prossimo giovedì,
Edoardo Rinaldi

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