This website uses cookies

Read our Privacy policy and Terms of use for more information.

Nel numero precedente abbiamo esaminato la proposta spagnola, in questo numero invece l’attenzione tornerà in Italia…

Parte I
Cosa succede in Italia?

Prima di costruire un data center, chi lo progetta deve chiedere di essere collegato alla rete elettrica. Per gli impianti di grandi dimensioni, la richiesta va presentata a Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale. Il numero e la potenza di queste richieste sono quindi il primo indicatore di quanto il settore voglia crescere.

Il 21 agosto 2026 le richieste di connessione per nuovi data center erano 531, per una potenza complessiva di 95,38 gigawatt. La crescita è stata rapidissima: nel 2021 le richieste valevano appena 1 gigawatt, invece il 31 agosto 2026, il portale di Terna registrava 553 istanze per 101,36 gigawatt, circa 6 gigawatt in più rispetto a 10 giorni prima.

Per capire l'ordine di grandezza servono due termini di paragone. Il massimo storico di domanda elettrica dell'intero sistema italiano è stato di 60,5 gigawatt, il 22 luglio 2015. E la potenza installata complessiva del sistema elettrico nazionale è di circa 120 GW.

I data center in attesa di connessione chiedono una potenza superiore al picco di consumo mai registrato nel Paese.

La domanda è molto concentrata: la sola Lombardia raccoglie circa 290 richieste per 46 GW, in gran parte nell'area di Milano, seguita da Lazio, Piemonte e Puglia. Nei prossimi mesi sono previste altre connessioni, tutte in Lombardia.

Ci sono però dei numeri che non tornano, perchè una richiesta di connessione non permette di distinguere chi intende davvero costruire da chi punta soltanto a valorizzare un terreno per rivenderlo.

Il fenomeno ha conseguenze concrete, infatti Terna deve tenere conto di tutte le richieste nella pianificazione della rete e un numero elevato di domande destinate a non concretizzarsi può falsare le valutazioni su quali linee, cabine e stazioni elettriche servano davvero.

A questo si aggiunge un limite fisico; per collegare carichi di queste dimensioni servono stazioni ad altissima tensione che richiedono ampie superfici, difficili da trovare e costose in un'area densamente costruita come quella milanese: anche accelerando la burocrazia, i tempi di realizzazione di queste opere non si comprimono oltre un certo limite. Per affrontare il problema, Terna ha indicato l'intenzione di procedere per moduli: stazioni dedicate costruite inizialmente in una versione ridotta, da ampliare man mano che la domanda si concretizza.

Parte II
La regolamentazione

Secondo un'indagine dell'associazione italiana dei costruttori e operatori di data center, in Italia ci sono 146 data center, per una potenza installata di 287 MW di potenza IT (destinati ai server), che potrebbe arrivare a 1,2 GW entro il 2028. I dati del Ministero delle Imprese, citati nella documentazione parlamentare, ne contano 160.

Per il triennio 2026-2028 sono stati annunciati 83 nuovi progetti da parte di 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti, per un valore potenziale di 25,4 miliardi di euro.

Il 72% di questi investimenti fa capo a operatori internazionali
non ancora presenti in Italia

È un dato da tenere a mente: la crescita attesa sarà guidata soprattutto da soggetti che oggi non operano sul territorio nazionale. Ed è proprio in questa situazione che la chiarezza delle regole diventa decisiva.

Il quadro normativo italiano si muove su tre livelli: un decreto già in vigore, una legge ancora in Parlamento e una legge regionale.

Il decreto legge 20 febbraio 2026, n. 21, il cosiddetto “decreto bollette”, è stato convertito con modificazioni dalla legge 10 aprile 2026, n. 49, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 aprile ed entrata in vigore il giorno successivo.
Oltre alle misure sul costo dell'energia, il titolo del provvedimento comprende disposizioni urgenti sulla "saturazione virtuale" delle reti elettriche, cioè proprio il fenomeno delle richieste che occupano capacità senza tradursi in progetti e sull'integrazione dei data center nel sistema elettrico.

Il cuore del decreto per il settore è l'articolo 8, che introduce un procedimento unico di autorizzazione. Al suo interno confluiscono la valutazione di impatto ambientale, l'autorizzazione integrata ambientale e i nulla osta paesaggistici. Il procedimento deve concludersi entro dieci mesi, calcolati dal momento in cui l'amministrazione verifica che la documentazione presentata è completa. Lo gestisce l'autorità competente per l'autorizzazione integrata ambientale: il Ministero dell'Ambiente per gli impianti di maggiore potenza, le Regioni per quelli più piccoli. A luglio il Ministero ha pubblicato i primi indirizzi operativi per applicare la nuova procedura.

C'è però un chiarimento importante, fornito dallo stesso Ministero. L'autorizzazione unica riguarda l'impianto e le linee che lo collegano alla rete; non comprende invece le opere sulla rete che Terna o il distributore individuano come necessarie per realizzare la connessione. In altre parole, il decreto accelera l'autorizzazione del data center, ma le opere sulla rete di trasmissione seguono un percorso distinto. Non mancano infatti le critiche: un comitato territoriale sostiene che la nuova procedura indebolisca la valutazione di impatto ambientale e riduca la possibilità di partecipazione dei cittadini.

Il secondo intervento è una legge delega e con questo strumento il Parlamento non scrive direttamente le regole di dettaglio: fissa i principi e i criteri a cui il Governo dovrà attenersi, e affida al Governo il compito di tradurli in decreti legislativi, come prevede l'articolo 76 della Costituzione.

Il 24 febbraio 2026 la Camera ha approvato la delega all'unanimità, con 243 voti favorevoli, nessun contrario e sei astenuti. Il testo, a prima firma della deputata Giulia Pastorella, riconosce i data center come opere di pubblica utilità indifferibili e urgenti, istituisce un codice ATECO dedicato, incentiva il riutilizzo delle aree dismesse e il recupero del calore prodotto dagli impianti, e semplifica le procedure autorizzative. L'iter alla Camera ha richiesto quasi due anni.

Al Senato il disegno di legge è stato assegnato all'ottava Commissione in sede referente, che ha disposto audizioni dei soggetti interessati; se il testo venisse modificato, dovrebbe tornare alla Camera. Secondo le informazioni disponibili, l'esame non si è ancora concluso. Una volta approvata la legge, il Governo avrà sei mesi per adottare i decreti attuativi.

Infine la legge regionale, che è in attesa della disciplina nazionale. Qui la Lombardia è diventata la prima regione italiana a dotarsi di una normativa organica sui data center. La legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, approvata dal Consiglio regionale il 26 maggio, è in vigore dal 20 giugno. Stabilisce che i nuovi impianti vadano localizzati preferibilmente in aree dismesse, degradate o sottoutilizzate e che ogni progetto sia accompagnato da una relazione energetica con le soluzioni adottate per massimizzare la produzione rinnovabile e, dove pertinente, uno studio di fattibilità sul recupero del calore. Prevede inoltre oneri di urbanizzazione fino al 200% per chi costruisce su aree verdi e agricole, l'obbligo di ricorso a fonti rinnovabili e il divieto di prelevare acqua dagli acquedotti per il raffreddamento, con regimi urbanistici differenziati per soglie di potenza di 5, 10 e 50 MW. Sul piano organizzativo, istituisce uno sportello regionale per le autorizzazioni e una cabina di regia permanente.

Il quadro nazionale si inserisce infine in una cornice europea che ha già fornito una prima classificazione normativa dei data center con il Regolamento delegato (UE) 2024/1364, e che li qualifica come infrastrutture critiche nelle direttive NIS 2 e CER.

Parte III
Italia e Spagna

Messi a confronto, i due Paesi rispondono allo stesso fenomeno con strumenti diversi.

La proposta spagnola parte da una condizione: un data center può accedere alla rete solo se dimostra che almeno l'80% dell'energia consumata in ogni ora proviene da fonti rinnovabili prodotte nella stessa ora. L'Italia ha scelto per il momento di intervenire soprattutto sui procedimenti, rendendoli più rapidi e uniformi.

Non è una contrapposizione netta. La legge delega contiene elementi di sostenibilità come il recupero del calore e il riuso delle aree dismesse e a inizio luglio Equinix e A2A hanno annunciato un progetto di recupero del calore di scarto. La legge lombarda introduce requisiti energetici e idrici che, per alcuni aspetti, si avvicinano a quelli spagnoli.

La differenza sta nella natura degli strumenti. In Spagna la quota di energia rinnovabile è una condizione misurabile e sanzionata. In Italia, a livello nazionale, i requisiti energetici saranno definiti in larga parte nei decreti attuativi della delega, che non sono ancora stati scritti (a livello regionale, dipendono dalle scelte di ciascuna Regione).

C'è però un punto importante: in Italia le regole dovranno rispettare i principi fissati dalla legge. Per questo il momento in cui imprese, associazioni ed enti locali possono ancora incidere è adesso, prima dell'approvazione definitiva, invece dopo i margini si ridurranno. L'Italia ha deciso di rendere più veloce la costruzione dei data center, resta da capire a quali condizioni.

Nel prossimo numero (#13):
Il 2 dicembre scade un termine dell'AI Act che molti stanno leggendo come un rinvio generale degli obblighi di trasparenza. Invece la maggior parte di quegli obblighi si applica già dal 2 agosto… Cosa succede il 2 dicembre?
Lo vedremo attraverso il caso di una PMI che utilizza l'intelligenza artificiale per produrre contenuti.

Al prossimo giovedì,
Edoardo Rinaldi

Per informazioni:

Rispondere a questa e-mail,
oppure
scrivere a : [email protected]